Come affrontare l’indifferenza

di una cosa sono certo: il male peggiore è l’indifferenza. Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza.
Il contrario della vita non è la morte, ma l’indifferenza. Il contrario dell’intelligenza non è la stupidità, ma l’indifferenza. È contro di essa che dobbiamo combattere con tutte le nostre forze. E per farlo un’arma esiste, è l’Educazione. Bisogna praticarla, diffonderla, condividerla, esercitarla sempre e dovunque.

Elie Wiesel

Era un giorno d’estate del 2013, molto caldo; mi trovavo nella sala d’aspetto della terapia intensiva dell’ospedale Regina Margherita di Torino, quando arrivò un bambino in condizioni molto serie. Il codice era rosso, lo avevano trasportato con l’elisoccorso da Novara, a seguito di un incidente occorsogli in piscina. Il tempo si fermò, per i suoi giovani genitori; una volta varcato quell’ingresso, ci sarebbero potute volere ore, prima di avere notizie. Così, si avventarono – comprensibilmente, secondo me – sul primo medico che videro uscire dalla T.I., domandandogli, tra i singhiozzi, che cosa rischiasse il loro bambino.

La risposta, o meglio, il tono gelido e la stanca noncuranza con cui quel dottore si rivolse loro mi lasciò atterrito: “Di morire, signora, ecco cosa rischia!”.

L’indifferenza.

Perché rispose così, quell’uomo? Non capiva la sofferenza di quelle persone? Non sentiva, nella lora richiesta disperata, il bisogno di consolazione, di calore? Non pensava che sarebbe stata meno impattante una risposta professionale con cui rimandare la fatidica risposta ai sanitari che lo avevano in cura?

Non so cosa pensasse, ma la risposta che diede apparì. ai miei occhi, come espressione della più totale indifferenza verso il dolore altrui. Devo dire che ne incontrai altri, in quel periodo, su questa falsariga.

Credo che uno dei motivi per i quali si perda l’attenzione e la partecipazione ai dolori del mondo, sia il considerare l’esistente come mero oggetto, sfruttabile e intercambiabile. Mi spiego restando ancora per un attimo nell’ambiente ospedaliero, con la certezza che non sia l’unico in cui accadono queste cose, ovviamente; nell’istante in cui la persona sdraiata nel letto di fronte a me cessa di essere una persona e diventa un paziente, io l’ho spersonalizzata. L’ho resa un tipo, non più Armando, Stefania o Carlotta.

L'indifferenza nel contesto citato dall'autore

Nel momento in cui due futuri genitori si trovano a dover fronteggiare gli improperi di un ecografista, inferocito dalla loro decisione di proseguire una gravidanza che a lui sembra assurda, in quel preciso istante l’umanità si dilegua per posto al più bieco transumanesimo.

Disumanità

È disumanizzando il prossimo che lo si riduce a cosa da utilizzare o da distruggere; questa è, tra l’altro, una precisa tecnica di manipolazione usata molto spesso dai media, anche oggi: già i nazisti, nel secolo scorso, prima di mettere in atto lo sterminio degli ebrei (oltre a quello di rom, omosessuali, disabili, polacchi, russi ecc..) indussero il popolo tedesco a pensarli come inumani, sub-umani persino. Una volta ottenuto questo risultato, a chi sarebbe importato della loro sorte nei campi di concentramento?

La stessa mentalità genocida la usò uno dei più grandi criminali della storia, Pol Pot in Cambogia, il quale pensò a gran parte del suo popolo come composto da inutili bocche da sfamare, annientandolo quasi completamente. Venne internata persino la sua famiglia.

Senza però voler riportare l’attenzione alla ferocia di questi periodi storici bui, possiamo trovare esempi di disumanizzazione delle persone anche oggi, nel nostro civilissimo mondo; oggi, tra lo spettatore e una persona che rivendichi, per sé o per un gruppo sociale, delle istanze legittime, oppure che si opponga a direttive calate dall’alto, basta frapporre lo schermo di un’etichetta infamante et voilà, il gioco è fatto.

La disumanità produce indifferenza verso la sorte delle persone.

Il peccato peggiore verso le nostre care creature non è quello di odiarle, ma di essergli completamente indifferenti: questa è l’essenza dell’inumanità.

George Bernard Shaw
Leggi l’articolo “Occorre riaccendere le stelle”

Come affrontare l’indifferenza

La risposta più immediata potrebbe essere: con l’attenzione; ma io penso che si debba andare un po’ oltre e quindi rispondo a questa domanda con la parola compassione. Attenzione, non è, questo, un discorso religioso, anche se di compassione parlarono diffusamente, tra gli altri, Buddha Sakyamuni e Gesù il Cristo; io amo ciò che sta dietro ogni religione, ne ammiro i messaggi universali e la capacità di unire i popoli, (la parola religione, secondo Lucrezio, deriva da religare, unire).

Ma, in questo caso, preferisco mantenermi nel campo filosofico occidentale e quindi cum-patior, ossia soffrire con.

Percepire come proprie le sofferenze altrui e quindi tentare di alleviarle, in qualche modo. Non dovrebbe essere difficile, del resto, abbiamo tutti esperienza dei rovesci della vita, sappiamo tutti come, da un giorno all’altro, quello su cui poggiavano le nostre certezze può crollare, lasciandoci inermi. Penso, per esempio, alle persone che persero la casa negli Stati Uniti nel 2006 a causa della frode dei mutui subprime. O a quanti persero tutto, financo la vita, a seguito del maremoto al largo di Sumatra del natale 2004.

La vita è volubile, cambia continuamente orientamento, senza degnare di un pensiero la fatica con cui abbiamo costruito la nostra personale esistenza; sapendo questo, come possiamo rimanere insensibili di fronte alla sofferenza di un altro?

In conclusione

Come possiamo infischiarcene dei danni che stiamo provocando al pianeta, facendo viaggiare un vestito scadente dalla Cina all’Europa solo per poterlo buttare tra le altre centinaia di abiti che abbiamo nei nostri armadi?

In che modo possiamo tacere sulle ingiustizie che stanno subendo milioni di persone, escluse dal lavoro senza motivi plausibili, allontanate dalla società, insultate, derise, lasciate sole?

Davvero pensiamo di essere esentati dal pagare il conto della vita che stiamo vivendo? La maggior parte delle persone, oggi, soffre; fame, sete, freddo, guerre, ingiustizie, malvagità, prove di totalitarismi, malattie. Il mondo urla il proprio dolore ogni secondo che passa: possiamo, noi, rimanere sordi alle sue sofferenze?

Compassione, tendere la mano uno verso l'altro

Van Gogh, prima di diventare l’artista che tutti oggi conosciamo, rinunciò alle comodità, a una vita agiata, arrivando persino a cedere il suo letto e i suoi vestiti, pur di alleviare le sofferenze degli ultimi della Terra. Si sentiva parte di qualcosa di più grande e voleva dedicare ogni secondo a mitigare il peso dell’ingiustizia della società.

Io credo che oggi non sia richiesto un tale sacrificio, per quanto ci siano comunque persone che lo mettono in pratica ogni giorno; oggi siamo in tanti e basta davvero poco: cominciamo ad aprire gli occhi sulla realtà del mondo e iniziamo a percepire la sofferenza dell’altro, facendola nostra e cercando di alleviarla.

Rendiamoci attenti; tutti abbiamo bisogno di essere ascoltati e visti dagli altri; osserviamo, quindi, tutto ciò che ci circonda, prestiamo attenzione alla sofferenza del mondo, usciamo dall’indifferenza con la quale abbiamo vissuto fino ad oggi.

Perché l’indifferenza è la malattia più dannosa mai contratta dall’essere umano.

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