Io sono un papà

Ebbene si, lo ammetto; io sono un papà. Anche se, a giudicare da alcuni articoli giornalistici o da iniziative imbarazzanti di persone in preda ad una mania omologatrice, questa mia affermazione potrebbe apparire fuori dal mondo, pericolosa, offensiva, un po’ come la festa del papà, oggi. Ma io lo voglio gridare ai quattro venti:

io sono un papà!

E siccome oggi è la festa di categoria, permettimi un pensiero al riguardo. E’ stato difficile, per me, decidermi ad esserlo, perché continuavo a non sentirmi in grado; dicevo: “Non so badare a me stesso, figurati ad un bambino! Cosa potrei mai dargli?”

So che questo è un pensiero piuttosto comune, perché, soprattutto nella società in cui viviamo, è diventato sempre più complesso sentirsi all’altezza di dedicare la propria vita, (o almeno una parte di essa), a prenderci cura di qualcun altro. E poi i soldi, il tempo, il lavoro instabile, la violenza, la prevaricazione.

Che mondo sto contribuendo a creare per i bambini del futuro?

Un giorno di 10 anni fa, però, sentii come una chiamata, una voce dentro che zittì tutti i miei dubbi e mi spronò all’assunzione della responsabilità genitoriale. Una voce che mi chiamava al porto, in cui una barca con le vele di farfalla aspettava solo per me per salpare.

Sembra un secolo fa, perché il mondo di 10 anni fa era molto diverso dall’obbrobrio che è oggi. Provavo speranza nel futuro, sentivo come reale la possibilità di cambiare la mia vita per donare a mia figlia un papà soddisfatto della propria vita, del proprio percorso evolutivo. In pace con sé stesso.

All’epoca non c’erano nemmeno troppe persone a relegare la paternità ad un ruolo meschino, supportati persino da alcuni cartoni animati, tesi a screditare e distruggere il ruolo paterno; un esempio? Peppa Pig. Un cartone in cui il papà della protagonista è un inetto, sempre sbugiardato da tutto e da tutti, senza polso, senza carattere. Ma questo, appunto, è solo il primo esempio che mi viene in mente.

Scelte

Il periodo successivo all’assunzione di responsabilità di cui sopra, fu davvero duro. La vita mia e della mamma fu rivoltata come una t-shirt messa ad asciugare dopo aver subito la centrifuga. Un periodo di scelte pesanti, scelte che avrebbero avuto una significativa ripercussione su tutto il nostro mondo e su quello delle persone intorno.

Scelte che andavano fatte e che facemmo.

Quando scegli qualcosa contro il sentire comune, sai di andare incontro al biasimo, allo stigma sociale, sai di avere di fronte una battaglia impari contro le opinioni soverchianti della società, oltre che contro le avversità del quotidiano.

Il possesso di grandi spalle larghe si vede proprio in questo momento; io decisi di andare contro vento, o come scrisse anni fa un grande cantautore, “in direzione ostinata e contraria”. E’ una bella sensazione, quella di essere come uno scoglio di fronte ai flutti potenti dell’oceano, seppur non possedendone la stessa granitica stabilità.

Cosa ho imparato da questa esperienza?

Ho imparato a tirare avanti nonostante l’intero mondo si opponga alla tua libertà; ho imparato a dare spazio solo all’amore, senza preoccuparmi della convenienza, della bassa autostima o della paura. Ho imparato a camminare sull’orlo del baratro, con la possibilità di cadere ad ogni istante, e proseguire con coraggio.

Ho imparato che un bambino può insegnare molto più di una guida spirituale sulla vetta di una montagna sacra, più di un guru indiano, più di un pope, di un papa, di un mullah. Un bambino può cambiare in meglio una vita, può aprire un cuore indurito dall’esistenza, può portare luce in un mondo oscuro. Ho imparato a festeggiare la festa del papà, che prima mi sembrava una ricorrenza vuota.

Conclusione

Ti lascio con un pensiero, oltre ad augurarti buona festa del papà, a prescindere che tu lo sia o che tu sia una mamma: io ho scelto bene, alla fine; perché tutta la sofferenza che ho provato e le lacrime versate in questi anni, sono state cancellate dal messaggio vocale che ho ricevuto stamattina:

Ciao papà, tanti auguri

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