Piccoli, grandi sogni.

Piccoli, grandi sogni e visioni; abbiamo tutti qualcosa di grande verso cui puntare, sin da piccoli, qualcosa capace di rendere la nostra vita degna d’essere vissuta.

Ricordo che io, nella più tenera infanzia, desideravo essere un musicista, perché amavo la musica di un amore puro e incontaminato da bisogni economici e sociali. Amavo i suoni. Amavo le emozioni che la musica risvegliava in me. Questa è la sensazione che ho al ricordo, tuttora vivo, di quei giorni.

Possibilità

C’erano molte possibilità, ancora 40 anni fa: quello fu, secondo me, il culmine delle opportunità di espressione per le persone, almeno nell’ultimo secolo. Da allora, lentamente, tutto si è deteriorato, fino all’accelerazione incredibile di questi due anni. Oggi quali possibilità si aprono, ad una persona in procinto di intraprendere una vita adulta?

Oggi, quali alternative può offrire la società a chi non voglia avere una formazione specialistico/scientifica? A chi abbia una forte predisposizione verso l’umanesimo?

Ma non solo: che alimento può offrire, la nostra ”civile” società, a chi abbia grandi sogni?

Sono pessimista, al riguardo: la nostra ”civile” società non ha nulla da dare a costoro. Guardavo di nascosto mia figlia, poco fa: poco più di un metro e venti di sogni incredibilmente luminosi, di visioni d’amore, di giochi di luce. Racchiusi nel suo piccolo essere ho potuto intravvedere interminati spazi e sovrumani silenzi, ho scorto la potenzialità della sua ghianda di diventare imponente quercia; la grandezza insita nell’umano.

Parassiti

E poi, però, ho percepito la considerazione che, di noi popolo, hanno coloro che, apparentemente, governano il mondo; la considerazione che molti hanno riguardo alle formiche sorprese in cucina, o verso un nido di calabroni nel sottotetto. Ho visto i cosiddetti grandi della Terra considerarci alla stregua di parassiti, di virus, come disse persino Cingolani, evidentemente un extraterrestre di passaggio sul pianeta per una visita di cortesia.

Ho letto le idiozie che scrive Yuvah Noah Harari al riguardo del nostro futuro, del controllo sempre più invasivo dall’interno dei nostri corpi, perché noi, secondo lui, siamo incapaci di vivere da soli la nostra vita. Meglio affidarci agli algoritmi.

Ho letto le assurdità contenute nell’agenda 2030 e il futuro terrificante che questi pagliacci hanno in mente per noi.

Ho sentito una grande angoscia e, a stento, ho trattenuto le lacrime, per il semplice motivo di non voler riversare questi pensieri mesti su mia figlia, sui suoi sogni. Come si può dire, ad un bambino, che tutto l’amore che ha dentro, che tutti i desideri, la voglia di aiutare, di sostenere, di curare, allevare, di gioco, gioia, famiglia, di amicizia, verranno distrutti non appena sarà più grande, per l’ingordigia e la sete di potere di pochi?

Come si può avere cuore di mettere al mondo una nuova vita sapendo che dei pazzi criminali hanno già deciso per lei una ferrea ed invisibile schiavitù?

La società del futuro: una schiavitù senza padroni

Nicolas Goméz Davila

Distopia

Dieci anni fa il mondo era già piuttosto brutto; dopo l’11 settembre 2001 abbiamo cominiciato già a vivere pesanti restrizioni e, soprattutto, l’infamante e continuo sospetto, nutrito dalle autorità, di rappresentare un pericolo per il prossimo. Oggi, questo mondo, è quasi la riproposizione, in chiave ancor più distopica, dello sventurato ventennio del secolo scorso.

Il pensiero unico incombe sul raziocinio che dovrebbe esserci proprio, mentre ogni affermazione deve essere preceduta da tutta una serie di premesse che possa porci nella condizione di poter essere ascoltati.

I bambini vengono imboccati a scuola con un cibo a base di conformismo; “guardate i tg”, gli viene detto, anche se, ormai, è acclarato come, questi, siano fonte inesauribile di fake news.

Bambini costretti a sostare immobili su punti disegnati sul pavimento, in attesa della pistola salvifica che misuri la loro temperatura corporea. Bambini a cui viene inculcato il terrore del prossimo, col quale non scambiare nemmeno una matita. Per non parlare di un abbraccio.

Bimbi obbligati a respirare poco e male da genitori ormai eterodiretti dall’immancabile Funzione televisiva quotidiana dei formigli e delle merlino.

Piccoli, grandi sogni vengono distrutti ogni giorno, così.

Quando abbiamo deciso di abdicare al nostro essere umani?

Torno alla mia bambina: non mi sono sentito di riversarle addosso tutta questa immondizia da grandi, e ho tenuto a bada la sensazione di fallimento provata di fronte alla sua vivace e fresca innocenza. Perché nessun bambino al mondo merita di vivere in questa società; sia che viva in occidente, in Siria o a Baghdad, in Tibet, Australia, Brasile o Canada.

Non smetterò mai di pensarlo: secondo me, oggi, ci troviamo ad un punto di transizione molto importante per il nostro futuro. Oggi abbiamo la possibilità di dire no ad una società in cui la vita libera e sana di ogni singolo individuo non sia al centro delle sue politiche. Oggi possiamo dire no al male che avanza, sotto forma di mostro tecnocratico, contro di noi.

Cosa possiamo fare?

Credo sia una risposta molto difficile da dare, ma proverò a dare la mia personale visione.

La prima cosa da fare, anche a costo di apparire semplicistica, è l’unione. Dobbiamo unirci.

Grazie ad una narrazione che crea opposizioni nette e mostri contrapposti agli “eroi” d’occasione, la società si sta disgregando. Siamo sempre più soli ed isolati.

Occorre ricreare comunità fondate sul rispetto dell’essere umano in quanto tale, comunità in cui, più che di diritto, si parli d’obbligo nei confronti dell’umano.

Perché l’obbligo verso ogni essere umano, preso singolarmente e non come collettività, deriva da qualcosa che non appartiene al nostro mondo: chiamiamolo come vogliamo, Dio, Divinità, Logos, Universo, non importa. L’uomo è tale in quanto affonda le proprie radici nella terra mentre allunga le braccia al cielo. L’uomo è un canale tra cielo e terra, nonostante il gretto materialismo, in auge da ormai troppo tempo, stia cercando di sradicare questa concezione dell’umano dal comune sentire.

Il rispetto verso le idee altrui e le relative diverse visioni della vita sarebbe un dovere, in queste comunità.

A questo punto reputo opportuno definire cosa io intenda con il termine comunità, parola certamente abusata e avente lontane colorazioni derivanti dagli anni 60 e 70 del novecento.

Una comunità d’intenti

Per comunità intendo un gruppo di persone che condividano una visione della vita e un range di vie per raggiungere i propri obiettivi di crescita ed evoluzione; persone in grado di slegarsi dai vincoli e dai metodi dello show televisivo e che mettano in ridicolo l’edonismo che domina la società.

Esseri capaci di pensiero divergente, di dibattito, di confronto tra posizioni diverse; in grado di supportarsi nei momenti in cui qualche elemento del gruppo avesse problemi di qualsiasi natura. Tutto questo rispettando il necessario spazio vitale di ogni nucleo e di ogni singolo.

Queste comunità dovrebbero essere rette dall’amore per la conoscenza, dalla FILOSOFIA, dunque; perché laddove non ci sia un reale desiderio di conoscere per crescere e costruire, non potrebbe mai esserci una vita sana e forte.

Mens sana in corpore sano, certo; ma anche l’opposto.

Non credo sia necessario vivere in modo comunitario, anche se certamente possibile; penso che una comunità si possa creare anche a partire dalla lontananza spaziale, laddove i legami che la sostengano siano abbastanza forti da permetterlo.

Anche internet può avere un ruolo nel creare queste comunità: ne sono un esempio i forum, i gruppi Telegram, i social, se vogliamo, per quanto questi ultimi sembrino dividere, più che unire, le persone.

Uniamoci, soprattutto in questo momento storico.

Cresciamo i nostri bambini in modo sano, valorizzandone i talenti, fortificando i punti di debolezza e favorendone socializzazione e senso comunitario. Cresciamo i bambini nel verde, se possibile; facciamogli usare le mani, facciamoli sudare. Che si sporchino, che si annoino: la noia è uno stimolo potentissimo per sviluppare la creatività. Leggiamogli storie, raccontiamogli storie, facciamo crescere in loro la consapevolezza che il mondo sia un luogo ricco di canti da cantare, attraverso cui orientarsi sulla mappa del quotidiano, come se fossero costellazioni.

Piccoli, grandi sogni crescono, così.

In due parole:

torniamo umani

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