L’universo è fatto di storie, non di atomi.

Sempre più veloce, rispondi al test per valutare il tuo QI, ma fallo in fretta, logica, gente, logica, calcola al volo, crea elenchi ordinatissimi, sii efficiente! Veloce, veloce! Impara a memoria quella formula e calcola sempre più velocemente, così sarai considerato intelligente! Non imparare quella poesia, non serve a niente, l’asintoto è fondamentale, e la sequenza di Fibonacci!

Stronzate.

L’universo è fatto di storie, prima che di atomi e formulette.

Leggevo, ieri, alcuni titoli di testate giornalistiche in cui, impunemente, dopo anni di bombardamento ideologico, venivano presentati studi scientifici su una prossima, vicinissima, nuova era glaciale; non moriremo più di caldo, ma di freddo, quindi. Del resto, avendo scelto il condizionatore spento, adesso ci tocca il piumino.

E sulle infinite diatribe sulla risposta alla pandemia? S’è detto tutto ed il contrario di tutto e, ancora oggi, escono nuovi studi che smontano quelli vecchi, che avevano smontato quelli precedenti e così via. Studi frattali.

Fatti, dunque? Atomi? No. A prescindere dagli atomi, il nostro mondo è costruito dalle narrazioni che ne vengono fatte giorno per giorno. A dispetto degli atomi, se il discorso pubblico punta in una direzione, in quella andremo. La storia, ancora una volta, sembra non averci insegnato nulla.

Per invadere l’Iraq nel 2003 gli Stati Uniti hanno raccontato delle storie, non hanno sciorinato dati: Colin Powell agitò in mondovisione una banalissima fialetta per dimostrare (!) il possesso e l’uso di armi batteriologiche da parte di Saddam Hussein; era tutto falso, ma servì a piegare l’ONU e l’opinione pubblica alla decisione già da tempo presa. Quindi storie, non atomi.

E’ notizia d’attualità, invece, l’intenzione degli USA di annientare il Venezuela, (maggior produttore di petrolio al mondo), raccontando la storia del narcotraffico, affondando illegalmente barche in acque internazionali asserendo, senza prove, che siano i mezzi del traffico di droga.

Ma pur senza scomodare la politica internazionale si possono trovare innumerevoli esempi capaci di dimostrare la superiorità delle storie sui semplici dati: vogliamo parliamo della pubblicità? Gli spot non servono più a presentare l’esistenza e le funzionalità di un prodotto, ma a creare una storia in grado di colpire corde ben precise tra il pubblico obbiettivo. Quando in tv scorrono le immagini di un nuovo SUV, su cosa si focalizzano? Principalmente sull’idea di libertà. Per non dire della nuova sportiva che viaggia a grande velocità su strade infinite nella natura, incurante del fatto che la stessa auto sarà poi utilizzata nel traffico cittadino con limiti di lentezza a 30 Km/h.

Storie, storie, storie.

Eppure, per qualche assurdo motivo, la maggior parte di noi, oggi, non è interessata ad esse, tacciando di inutilità tutte le materie, umanistiche, in grado di accendervi una luce, oppure focalizzandosi su dettagli inutili che sviano l’attenzione dai diversi contenuti; chissenefrega se Omero sia esistito o meno, se fosse un uomo o una donna, se abbia o meno scritto interamente l’Iliade e l’Odissea! Sono le storie in quelle pagine raccontate ad essere importanti! E’ il cavallo di legno ad essere fondamentale, non la sua ipotetica altezza, il materiale di costruzione, il sistema di areazione, la pendenza del terreno e l’altezza delle porte della città per farcelo entrare.

Cosa vuoi che importi sapere della realtà materiale di Gesù, ciò che conta è il messaggio che trapela dalle storie raccontate nei Vangeli, dalla selezione che qualcuno ha operato per sottolinearne alcuni elementi piuttosto di altri. Che sia o non sia esistito, la moltiplicazione del pane e del pesce è oggi reale, perché è stata scritta e tramandata, veicolando un determinato messaggio. E’ stato crocifisso con i chiodi o con le corde? Ma stiamo scherzando? La croce è il significato stesso della storia, non i dettagli inutili!

Non siamo più capaci di raccontare storie. Non dico quelle narrate raccolti attorno ad un fuoco, come in un non troppo lontano passato. Non siamo più capaci di inventare universi, di accendere la luce della speranza e della ricerca nei cuori dei più giovani. Cosa racconteremo, fra qualche anno, ai bambini in procinto di andare a dormire, la sequenza di Fibonacci? O, ancora peggio, gli metteremo sul comodino un iPad delegando l’IA a raccontargli storie?

Big Fish – Le storie di una vita incredibile, è un film girato da Tim Burton nel 2003, basato su un romanzo di Daniel Wallace; narra il rapporto burrascoso di un padre ed un figlio, ma la cosa più interessante, dal mio punto di vista, è la narrazione della propria vita di Edward, il padre, il mondo fantastico costruito sugli eventi del proprio passato, il suo grande amore per la narrazione che è sconfinato amore per la vita.

Ho sempre sentito che la mia esistenza mancasse di qualcosa. E non qualcosa di materiale, no. Quello che sento manchi ai miei giorni è una musica, una sottile sinfonia in grado di illuminare il più grigio dei giorni, un filo dipanante da quel freddo mattino nevoso di fine anni 70 fino all’ultimo sguardo al cielo che darò, un giorno. Mi rendo conto di aver tralasciato per troppo tempo il mio personale racconto della mia vita. Ricamando sopra l’ordito dei fatti l’arazzo dei miei sentimenti, dei miei desideri, dei miei sogni. Ed allora, vi ho posto rimedio. E lo sto ancora facendo, scrivendo.

Purtroppo, però, vedo un futuro di esseri umani aridi. Gelidi. Senza più passione, ma solo dati a portata di click. Umani dal volto azzurrognolo incapaci di riconoscere una costellazione. Di muoversi al buio. Un nuovo umanesimo è quanto mai necessario. Finché non riprenderemo contatto con la fondamentale capacità di inventare e raccontare storie, saremo in balia della tecnologia, un mostro deforme che non potrà che annientarci.

Ed una volta morti, nessuno potrà più raccontare alcunché sulla nostra vita, perché non ne avrà più la capacità.

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