Muta

Piange ciò che muta, anche per farsi migliore.

Da “Il pianto della scavatrice” nasce l’incipit di Muta, il mio ultimo, (in ordine di tempo), brano.

Piange ciò che ha fine e ricominicia. Ciò che era area erbosa, aperto spiazzo, e si fa cortile, bianco come cera, chiuso in un decoro ch’è rancore; ciò che era quasi una vecchia fiera di freschi intonachi sghembi al sole, e si fa nuovo isolato, brulicante in un ordine ch’è spento dolore.

Tutto muta, la nostra esperienza quotidiana ce lo dice continuamente. Nulla rimane statico e questo io credo che sia un bene: l’immutevolezza è simile a palude i cui miasmi possono provocare danni irreparabili all’essere umano.

Il cielo, invece, muta velocemente, eppure è perfetto in ogni suo più piccolo cambiamento. Una nuvola, l’effetto Tyndall al tramonto, persino una scia d’aereo su cui la luce del sole si rifrangesse potrebbe renderlo ancor più magico.

La mutevolezza è vita.

E noi cambiamo. Mia figlia Nausicaa muta giorno dopo giorno, un mattino si sveglia e scopre di essere in grado di raggiungere una vetta prima persino insperata. Un risveglio improvviso e l’incapacità presunta diviene capacità di.

Tutto muta, ma questo non significa che, per questo motivo, non ne pianga. Chissà, magari anche il bruco, poco prima della trasformazione, versa lacrime amare per la fine della propria condizione, dal momento che non sa in cosa si stia per trasformare.

Le farfalle possono essere prese a perfetto esempio di questa mutevolezza che porta a qualcosa di più bello e capace. Le farfalle che sono il simbolo della leggerezza, della calda gaiezza, della capacità di scaldare il cuore del colore.

Questo nostro durissimo periodo.

Questa decadenza ormai sin troppo evidente dell’occidente di fronte ad un mondo che lo sta relegando alla più completa subalternità, potrebbe essere un imbozzolamento? Una morte necessaria per liberare energie intrappolate dalle consuetudini del pensiero odoranti, ormai, di morte e putrefazione?

Cecità

Occorrono nuovi occhi, come diceva Marcel Proust, per scoprire il nuovo. Questa nostra anopsia deve essere curata per poter tornare a vivere una vita degna di questo nome; un’anopsia che deriva dalla fine dell’uomo come essere pensante e decidente del proprio futuro indipendentemente dalle richieste del mercato o da quelle della moda.

Un’anopsia frutto di quel mutamento antropologico che subimmo, come occidentali, tra gli anni 50 e 60 del secolo scorso. Per tornare ad essere umani occorre riscoprire l’umanità di ognuno di noi, al di là degli stereotipi e delle convenienze sociali irregimentate nelle associazioni di categoria.

Muta vuole essere uno sguardo sul presente umano, con la speranza del risveglio. Muta è lo sbigottimento di fronte all’immensità della vita che esplode a prescindere dalla gabbia nella quale noi tentiamo di rinchiuderla.

Muta è la consapevolezza di essere granelli di polvere nell’economia dell’universo. Tutti infinitamente piccoli, persino coloro che si credono tanto grandi ed imprescindibili. Persino i capi di Stato o i ricchissimi magnati che, davvero, governano questo mondo. Mi spiace per loro ma siamo tutti minuscoli granelli.

Ma, tutti quanti, anche il più infimo essere sulla Terra, siamo granelli di polvere unici.

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