Si Deus est, unde malum?

Studiai, anni fa ormai, un utilissimo ed illuminante libro, Ontología del Lenguaje, di Rafael Echeverría, purtroppo non tradotto in italiano; tra i tanti postulati illuminanti posti tra quelle pagine, ne ricordo tuttora vivamente uno: il linguaggio nasce dall’interazione sociale tra gli individui, quindi è un fenomeno sociale e non biologico. E in questa interazione tra esseri umani appare una precondizione fondamentale del linguaggio, il costituirsi di un dominio consensuale.

Dobbiamo condividere uno stesso sistema di simboli per poter designare gli oggetti in un determinato modo.

Senza consenso non c’è linguaggio.

Questo lo vedo molto bene con la musica: nel momento in cui due persone non hanno un dominio consensuale rispetto ad un sistema simbolico, non possono comprendere ciò che l’altro dice/propone/suona. La musica è un modo di comunicare; la mia musica comunica sensazioni, pensieri, suoni che sono estremamente caratterizzati e, quindi, risulta di difficile comprensione per chi non ne condivida i modi.

Incomunicabilità.

Nei pezzi di Falunaa ci sono molti suoni distorti, trasmissioni radio, ritmiche e sonorità che attingono al mondo del trip hop pur non facendone parte. Suoni che parlano di distanze materiali e temporali, di dissonanze, di disturbi nella comunicazione. Questa musica descrive l’essere umano straziato dal bisogno di comunicare ed entrare in una relazione profonda con l’esistente e la contestuale impossibilità di un reale scambio nelle situazioni quotidiane. Vogliamo parlare pur sapendo di non essere ascoltati appieno. Una condizione dolorosa, alla fine.

Eppure continuiamo a comunicare. Continuiamo a sbattere la testa contro le sbarre che ci rendono invisibili e sordi al prossimo. Siamo masochisti? Può darsi. Siamo incoscienti? Anche questo può essere. Io penso che il bisogno di profondità relazionale sia connaturato all’essere umano. Esistiamo per relazionarci con l’ambiente. Non riesco ad immaginare una persona galleggiante nel nulla, totalmente scollegato emozionalmente dal resto dell’esistente.

Dio.

Ho scritto un brano, in questi giorni, una domanda insistente che turbina nella mia mente: Dio, dove sei? (Se sei). Perché il mondo è un luogo estremamente ostile, perché i nostri simili vogliono annientarci, vogliono zittire i nostri pensieri, vogliono che ci omologhiamo alla massa. I nostri simili uccidono, stuprano, impoveriscono, lasciano senza lavoro, obbligano a trattamenti sanitari indesiderati. I nostri simili alimentano l’idea contenuta in quella tremenda frase, ripresa da Thomas Hobbes nel XVII secolo: homo homini lupus. Molti nostri simili assomigliano molto a lupi. O a draghi.

E quindi, Dio, dove sei, se sei?

L’origine del male è un argomento assai dibattuto nel corso dei secoli; Si deus est, unde malum? Si non est, unde bonum? Ammetto che io non abbia alcuna risposta a tale quesito, ci mancherebbe; ne hanno dibattuto fior di teologi e filosofi, senza arrivare ad una spiegazione definitiva della cosa. Non ho risposte e quindi mi pongo domande: Dio, dove sei? Perché posso anche accettare il male dovuto all’avidità ed alla sete di potere umane, ma non posso comprendere il male che devono vivere i bambini, specialmente coloro i quali nascono con problemi seri. Trovarmi di fronte alla sofferenza di un essere appena nato è quanto di più devastante mi sia mai capitato.

Leggere una disperata richiesta di spiegazione in occhi tanto innocenti da trafiggere come lama, è una sensazione a metà tra l’abisso nero dell’inconcepibile e la rabbia infinita dell’ingiustizia. Ed allora le domande sorgono, spontanee, nei momenti di silenzio, nelle attese, nei corridoi roventi, nel paragone. Nella dispnea giocosa. Si cominciano a ricordare avvenimenti sepolti nella memoria. Si cominciano a fare collegamenti. Alla fine, la domanda arriva.

Questa è la genesi di Dio, ultimo mio pezzo. Un esperimento ardito, tra l’altro, perché io non ho mai cantato se non a casa da solo o in auto. La musica è una sintesi di trip hop e world music. Ed il testo è questo:

E mi vedo bambino, sogni giochi ed illusioni

Appeso al lavandino improvvidi scossoni.

Tremore in quel catino e onirici mattoni,

Un ricordo lontano di terree vibrazioni.

Mi vedo ragazzino, gambe cuore obiezioni

In tasca un bugattino per accaparrar lezioni.

Desio d’andar lontano a cibarsi di canzoni

Un errore grossolano rubò le mie intenzioni.

E poi mi vedo adulto, dell’oggi un semitono

Il mondo è ormai sconvolto, i sogni morti giacciono

Nascosti dall’insulto di un azzurro patrono,

Simulacri all’assalto di coloro che vivono.

Dio, dove sei?

Lì subito verrei, non fosse per l’amore

Che alla vita mi lega e per l’antico terrore

Che tosto sentirei, del bambino il tremore

L’illusione disgrega ferocemente il cuore.

Dio, dove sei, se sei?

Che il mondo è un luogo ostile, gli uomini combattono

Seppur senza fucile, un infernale frastuono.

Han ridotto a porcile tutto quel ch’era buono

Felici dell’ovile verso il baratro corrono

In lunghe tetre file con in mano il sovrano.

Dio, dove sei? Se sei.


La chiusa è di Arthur Rimbaud, tratto da Le Mal.

“Il est un Dieu, qui rit aux nappes damassées

Des autels, à l’encens, aux grands calices d’or

Qui dans le bercement des hosannah s’endort et se réveille

Quand des mères, ramassées dans l’angoisse

Et pleurant sous leur vieux bonnet noir

Lui donnent un gros sou lié dans leur mouchoir”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *