Morte mia, vita mia.

Ragazzi, ci sono morti e morti. Si, esatto, non tutte le morti sono uguali e, soprattutto, non tutte sono belle.

Ed ecco un’obiezione: come puoi accostare la parola morte a bella? Si può eccome. Fidati.

Sto leggendo un libro, Infinite Jest di David Foster Wallace, un monumentale faldone di 1200 pagine che contiene le vite di diverse persone, dall’atleta juniores di tennis all’omicida, dal ladro incallito al cineasta incapace di trame, dalla ragazza misteriosamente velata al ragazzino deforme. Un mondo intero.

Un mondo che non sempre è bello. Anzi. Sto leggendo storie di vita agghiaccianti, orribilmente gettate, indegnamente perse nel corso di esistenze distrutte dalla viltà umana e dai rovesci della fortuna. Un mondo che non è affatto distante da quello in cui viviamo noi. Io ricorderò sempre, spero, quella discarica ricavata dal fianco di una collina fuori Sarajevo in cui vidi coi miei occhi bambini più piccoli di mia figlia scavare nei sacchi di immondizia, da noi appena gettata, per trovarvi del cibo con cui riempire miseri secchi blu di plastica. E pagare, per fare questo. Fino a dove arriva l’abisso della miseria umana?

Il mondo, o meglio, la nostra società non è bella. Per niente. È una società pervasa di bruttezza. Di dolore. Di meschinità.

Abbiamo dimenticato la bellezza. Abbiamo dimenticato gli abissi e le vette raggiungibili in quanto esseri umani, per perseguire l’idea della mediocrità, del livellamento, (verso il basso), delle nostre capacità. La bellezza non è, semplicemente il bello che, come si sa, è un concetto piuttosto soggettivo. La bellezza è, secondo me, l’intera esperienza umana, il fondo toccato e a volte raschiato, dal quale alzare lo sguardo per ricominciare la salita.

La bellezza è rischio.

La bellezza è l’onda che attraversa tutto l’oceano per infrangersi sulla spiaggia. È quell’esperienza di vita tesa verso l’idea di crescita e progresso, ( attenzione, progresso e NON sviluppo, come ne scrisse bene Pasolini tanti anni fa.)

Rischiare il salto per dare voce al proprio daimon. Rischiare la sconfitta pur di vivere una vita degna di questo nome. Affrontare i propri fantasmi per non farsene fagocitare.

VIVERE E’ RISCHIO, LA SICUREZZA E’ UN MITO

Un mito che ci conduce dritti verso la mediocrità e l’irrilevanza. Un mito dannoso, perché ci priva della nostra umanità. Sinceramente non riesco a capire come, proprio nella nostra società in cui il mito e le credenze sono vissute con profondo distacco quando non addirittura disgusto, noi possiamo accettare quest’altro mito. Che, tra l’altro, ha le fondamenta nella sabbia.

La bellezza è raggiungibile. Basta vivere al meglio delle nostre possibilità, nel dato momento. Basta affrontare chi vuole tarparci le ali, chi vuole rinchiuderci nelle nostre paure o nella nostra tendenza all’omologazione ed affermare: IO SONO. E non perché io pensi o chissà cos’altro: io sono perché sono qui, con questa testa, con queste scelte, con queste idee, con questo cuore. Per farlo, però, occorre saltare; affrancarsi dal pensiero veicolato dall’esterno, affrancarsi dalla televisione, primo vero OPPIO DEI POPOLI, affrancarsi dal chiacchiericcio che confonde con il suo clamoroso sussurro. Ritrovare la strada verso sé stessi e, solo una volta arrivati lì, affermare, con forza che si, IO SONO!

Ed allora la morte, persino la morte, diverrà bella e, soprattutto, amica. Come ne parlò San Francesco nel Cantico delle creature:

Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare:

guai a quelli che morrano ne le peccata mortali;

beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Laudate et benedicete mi’ Signore’ et ringratiate et serviateli cum grande humilitate»

Solo una profonda meditatio mortis, un mettere la propria vita nella prospettiva di questo evento ineluttabile può donare un vero senso all’essere. O all’esser-ci, per citare Heidegger.

La bellezza, quindi; questa sconosciuta.

La bellezza non fa calcoli. Non tende verso la miseria. Non vuole annientamento e sottomissione.

La bellezza non ci abbaglia con confuse parole sulla libertà, soprattutto quando questa nasconde una pesante schiavitù.

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