¡Pippone Sociologico! (buddista, però)

Pensavo, stanotte. Di dormire non se ne parlava e quindi la mente viaggiava attraverso i ricordi, le considerazioni sul presente, le possibilità future. Il pensiero che, in un modo assai strano, devo essere sincero, univa passato presente e futuro è quello sulle sei sillabe probabilmente più famose nel mondo del buddismo tibetano,

Om Mani Padme Hum.

Ci sono diversi modi per intendere questo mantra, ma quello che mi ha sempre colpito è l’interpretazione data dal Dalai Lama: un percorso, un progressivo dispiegarsi di stati di coscienza.

Om Mani Padme Hum si riferisce al bodhisattva della Compassione Avalokitesvara e, come dicevo poc’anzi, è uno dei mantra più conosciuti e recitati nel mondo buddista e non solo.

ATTENZIONE, ECCO IN ARRIVO IL PIPPONE SOCIOLOGICO:

Nel mondo che abbiamo creato noi occidentali, la spiritualità è divenuta, purtroppo, orpello, quando non, addirittura, un mero discorso di biologia, con improbabili spiegazioni chimiche a circoscriverne l’immensità. La spiritualità, da noi, è degradata a svago per il tempo libero o ad abito da indossare per colpire l’immaginazione altrui. Vuoto esercizio.

E questo, purtroppo, anche a causa di coloro i quali si sono fatti portatori della comunione col divino; anni fa, in Sri Lanka, ebbi la brutta esperienza di scoprire che, anche laddove io immaginai potesse essere radicato un profondo spirito religioso, (etimologicamente: di unione), esso era pressoché scomparso, per inseguire un ideale di “benessere” di stampo occidentale, cioè meramente materialistico. Scoprii che il mondo intero era, ormai, divenuto merce.

Eppure..

Eppure lo spirito è in ogni dove; eppure lo spirito non è solo trascendente, ma anche immanente. Ogni azione che compio, nella vita, è “colorata” dal mio grado di “vicinanza” allo spirito che tutto pervade. Lo sento vicino? Lo sento lontano? Tutto dipende da questa sensazione.

L’essere umano, senza la prospettiva più ampia che lo Spirito gli mette a disposizione, è un semplice oggetto. Una macchina tra macchine. Un funzionario di apparati esterni, senza un significato suo proprio, senza un valore al quale fare appello nel momento in cui la propria essenza venisse deturpata dalle contingenze.

L’essere umano non è una macchina. Lo recito anche nel mio pezzo Zea:

We are not machines! We shall never agree to that machines empire.

È di fondamentale importanza ricondurre la nostra esperienza di vita entro la prospettiva di uno Spirito, qualunque esso sia: non importa il nome che gli si dà, l’importante è sentirsi parte di un progetto talmente grande da non poterne delineare chiaramente nemmeno i contorni, ma solo la consapevolezza di esserne parte. Del resto, ci viene da sempre insegnato a far parte di gruppi, in quanto l’uomo, da solo, morirebbe; perché limitare questo senso di appartenenza al solo genere umano?

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