Cirano, in salsa Falunaa

C’è una canzone, italiana, che, forse più di ogni altra, ha lasciato un segno profondo nella mia personale visione del mondo: Cirano di Francesco Guccini, dall’album D’amore di morte e di altre sciocchezze. Chiaramente ispirata al Cyrano de Bergerac di Rostand, il brano è di una profondità inarrivabile, capace com’è di intrecciare storia d’amore e denuncia sociale, il tutto calato in un tempo senza tempo, come se le epoche storiche fossero tutte li, compresenti, pronti a fondersi l’una nell’altra.

Venite pure avanti signori imbellettati

Inutili cantanti di giorni sciagurati

Buffoni che campate di versi senza forza

Avrete soldi e gloria, ma non avete scorza

Godetevi il successo, godete finché dura

Che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura

E andate chissà dove per non pagar le tasse

Col ghigno e l’ignoranza dei primi della classe

Rime baciate, musicalità, lucidità e onore d’altri tempi: questo trovo in questi straordinari versi, parole che descrivono la nostra società non meno che quella del tempo, come a dire che l’uomo è sempre lo stesso, nonostante il computer e lo sviluppo scientifico. L’uomo è sempre lo stesso e cade sempre sugli stessi errori, fatti di “potere” secolare, di denaro, di voglia di prevaricare e sottomettere.

Mi sono sempre rifiutato di guardare il mondo con gli occhi di Hobbes, ma ultimamente la sua visione dell’uomo come homini lupus mi sta dando filo da torcere. Che avesse ragione lui e non Rousseau o Locke? Io punto ancora su questi ultimi, ma vacillo, detto serenamente.

Facciamola finita, venite tutti avanti

Nuovi protagonisti, politici rampanti

Venite portaborse, ruffiani e mezze calze

Feroci conduttori di trasmissioni false

Che avete spesso fatto del qualunquismo un’arte

Coraggio liberisti, buttate giù le carte

Tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto

Assurdo bel paese

Tv, politica, il credo liberista che ha piallato ogni peculiarità umana per livellarci tutti al ribasso, ci sono tutti gli ingredienti per insaporire una lezione di sociologia, partendo da Marx per arrivare a McLuhan passando da Pasolini.

Ma quando sono solo con questo naso al piede

Che almeno di mezz’ora da sempre mi precede

Si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore

Che a me è quasi proibito il sogno di un amore

Non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute

Per colpa o per destino le donne le ho perdute

E quando sento il peso d’ essere sempre solo

Mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo

Ma dentro di me sento che il grande amore esiste

Amo senza peccato, amo, ma sono triste

Ah, l’amore! L’amore che ci rende capaci di esplorare i nostri abissi, che ci rende consapevoli della nostra fisicità non meno che della nostra vita emotiva. L’amore che può essere molto doloroso, se non corrisposto, se soffocato dalla grande rabbia che la visione delle ingiustizie del mondo porta con sé. Del resto, da dove viene questa rabbia, se non dall’amore malcelato verso l’umanità? Dall’amore verso l’uguaglianza, la libertà, l’autoderminazione dei popoli?

Chiudo questo articolo con un’ultima citazione dal testo di questo capolavoro musicale, una chiusa che apre nuove porte, nuove strade si dipanano davanti a queste parole, perché, nonostante tutta la sofferenza e la sensazione di dolore e di mancanza di prospettiva, la speranza resta viva. Dio, apparentemente, è morto, noi lo abbiamo ucciso; ma da 2000 anni ci viene insegnato che, anche se Dio dovesse morire, dopo tre giorni risorgerebbe, come il sole dopo il solstizio d’inverno alle nostre latitudini; per 6 mesi è inesorabilmente sceso verso l’oscurità, ma, verso la fine di dicembre, esso inverte la rotta e risale. Chissà perchè io scriva di questo, forse per convincermene; quando si dimora nell’oscurità, tendenzialmente la luce diventa flebile speranza, più che assoluta certezza. Ed allora mi appello a quella speranza solare: del resto, anche l’etimologia del nome Lucifero è piuttosto chiara: PORTATORE DI LUCE.

Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo
Tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo:
Dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo
Un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto

Non ridere, ti prego, di queste mie parole

Io sono solo un’ombra e tu, Rossana, il sole

Ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora

Ed io non mi nascondo sotto la tua dimora

Perché oramai lo sento, non ho sofferto invano

Se mi ami come sono, per sempre tuo

Per sempre tuo, per sempre tuo Cyrano

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